Coronavirus: il San Raffaele individua le persone a rischio nella fase 2

Tra gli elementi che potrebbero influire età, ipertensione e tumori

A pochi giorni dall’inizio della fase 2 iniziano ad arrivare le prime proiezioni in merito ai soggetti a rischio contagio. A darne notizia, come riportato da Fanpage.it, i ricercatori del San Raffaele di Milano che grazie ad uno studio sono riusciti a identificare i soggetti che sono esposti ad un alto rischio di sviluppare forme aggressive di Covid-19.

Quali le caratteristiche determinanti?

L’età avanzata come ben sappiamo è un fattore, ma anche un tumore maligno in corso, piuttosto che malattie croniche pregresse e l’ipertensione. Se dovessimo analizzare tutti i numeri ufficiali che riguardano le persone che rispondono a queste “caratteristiche” risulta un’evidenza preoccupante: non sono pochi i soggetti che dovranno essere protetti con una maggiore attenzione nel corso della "fase 2" al via dal 4 maggio.

È possibile agire preventivamente su questi pazienti? È possibile riconoscerli per tempo ed evitare loro di essere contagiati e quindi rischiare la vita? Cosa abbiamo imparato dalle casistiche analizzate fino ad oggi?

Hanno provato a rispondere a questi interrogativi i ricercatori coordinati dal professor Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di Anestesia e Rianimazione Generale e Cardio-Toraco-Vascolare, e dal professor Fabio Ciceri, vice direttore scientifico per la ricerca clinica e primario dell’unità di Ematologia e Trapianto di Midollo, che si sono cimentati nell’impresa di incrociare le informazioni ottenute con l’analisi dei campioni biologici, la storia clinica e i dati diagnostici dei pazienti.

I numeri analizzati, oltre ad averci detto che le patologie più pericolose sono quelle citate in precedenza, ci dicono anche che i pazienti a maggior rischio hanno un basso numero di linfociti nel sangue – perché esauriti da una risposta immunitaria fuori misura – e valori elevati di alcuni marcatori che misurano la presenza di una reazione iper-infiammatoria.

Secondo il Prfo. Fabio Ciceri, attraverso gli indicatori individuati nella ricerca effettuata è possibile riconoscere in anticipo i pazienti che svilupperanno la forma più grave della patologia. "Su questi pazienti – afferma il coordinatore dello studio - potremo intervenire più precocemente e con maggior efficacia usando le terapie che già stiamo testando con discreto successo su pazienti in condizioni più avanzate".

Fondamentale, a detta dell’altro coordinatore Alberto Zangrillo, sarà l’intervento a domicilio e l’adozione di un preciso programma di screening, elementi che permetteranno una gestione più agevole e tempestiva della patologia.

L’obiettivo è ridurre il tasso di mortalità per questi pazienti a rischio: “Per fare un esempio concreto – afferma il Prof. Zangrillo - un iperteso con più di 65 anni, a fronte di un episodio febbrile non deve essere lasciato a casa nella speranza di un’evoluzione positiva del quadro clinico. Deve essere tempestivamente inserito in un percorso di diagnosi, monitoraggio e cura”.

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