Vitamina D: come contrastare la carenza in quarantena?

Un primo passo può essere prendere il sole in finestra, l’Italia però rimane nella classifica dei peggiori in Europa

L’Italia è tra i paesi peggiori per carenza di vitamina D. A riportare la notizia anche l’agenzia Adnkronos, che cerca di spiegare le ragioni che piazzano il nostro Paese nelle posizioni più basse di questa speciale classifica, nonostante un clima favorevole e un sole già molto caldo dal mese di aprile. 

A cosa si deve questa carenza? 

Tra i fattori determinanti abbiamo:

  • la sedentarietà, che in quarantena si è amplificata notevolmente;

  • l’obesità e il sovrappeso, categoria alla quale, secondo l’Istat, appartengono 25 milioni di italiani;

  • l’età, se avanzata agevola la carenza poiché la pelle, invecchiando, fabbrica meno vitamina D;

  • gli alimenti, che spesso sono poveri di nutrienti e vitamine, soprattutto per quanto riguarda la D.

Analizzando questi fattori è immediata una riflessione: questi due mesi di quarantena non cambieranno positivamente questa situazione, anzi. Tanti italiani si sono lasciati andare, abbandonando l’attività fisica, mangiando troppo e male e soprattutto seguendo uno stile di vita decisamente poco sano.

Inoltre, dovendo giustamente rimanere a casa, le persone non hanno potuto beneficiare del sole che ha scaldato l’inizio di questa primavera. Proprio i raggi solari, infatti, sono la miglior fonte produttiva di vitamina D, come ha spiegato Andrea Giustina, primario dell’unità di Endocrinologia dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano e ordinario di Endocrinologia e Malattie del metabolismo all’Università Vita-Salute San Raffaele del capoluogo lombardo: “anche se parliamo di ‘vitamina’ D, in realtà si tratta di un ormone, prodotto per l’80% dalla pelle in risposta alla luce del sole. Solo per il 20% dipende dall’alimentazione”. 

Come spiegato da Giustina ad Adnkronos, “avere chiari questi elementi può essere utile anche nel mettere a punto politiche di prevenzione come dimostra “il cosiddetto ‘paradosso scandinavo’, cioè quel fenomeno epidemiologico per cui si registra una maggiore prevalenza di ipovitaminosi D nei Paesi del bacino del Mediterraneo rispetto ai Paesi del Nord Europa, nei quali è stata per tempo adottata una politica di fortificazione degli alimenti con vitamina D, basata sulla consapevolezza dell’inefficienza dell’irraggiamento solare. A Sud, invece, il vantaggio, come nel nostro caso, viene spesso sprecato a causa della sedentarietà e di uno stile di vita sempre più casalingo, anche nei bambini”.

La quarantena può essere una risorsa? Come si possiamo sfruttare a nostro favore questa fase 2?

Secondo l’esperto non è necessaria un’esposizione prolungata, ma bisogna esporre al sole una superficie corporea più ampia del solo viso. “Con costanza – afferma Giustina – mettersi alla finestra almeno mezz’ora al giorno, nelle ore più calde, magari con una maglietta a maniche corte per esporre anche le braccia, può essere utile. Chi ha un balcone o un terrazzo può esporre anche le gambe. Fondamentale, infine, che chi usa già una supplementazione di vitamina D non la interrompa”. 

Il nostro Paese non ha mai affrontato con serietà la situazione, secondo l’endocrinologo intervistato da Adnkronos è fondamentale che le istituzioni a mettano a punto “un progetto complessivo e serio per affrontare la carenza di questo ormone nella popolazione, a partire da una supplementazione degli alimenti, come si è fatto con lo iodio nel sale, per continuare sulle modalità di integrazione che tengano conto delle necessità specifiche quando gli alimenti integrati non bastano”.

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